Eltif ai nastri di partenza, cosa sono e come funzionano?

Si diffonderà presto in tutta Europa, Italia compresa, un nuovo strumento per investire nelle piccole e medie imprese: gli Eltif. Vediamo di cosa si tratta

I risparmiatori dovranno presto prendere confidenza con dei nuovi strumenti di investimento. Si tratta degli Eltif, dei particolari fondi focalizzati sulle piccole e medie imprese. Concepiti nel 2015 dall’Unione europea, sono stati recepiti nei regolamenti dei singoli paesi solo nel 2018 e ora si preparano a fare via via il loro ingresso sul mercato.

Cosa sono gli Eltif?

Eltif è l’acronimo di European long term investment fund, che tradotto significa “fondo di investimento europeo a lungo termine”. In parole semplici, si tratta di una nuova categoria di fondo che permette di investire sulle piccole imprese con un’ottica di medio e lungo periodo. Questo strumento è stato progettato a livello europeo con l’intento di sostenere progetti imprenditoriali, come startup e piccole aziende, difficilmente finanziabili con i prodotti tradizionali. Il focus è su quelle attività che, per essere sviluppate con successo, richiedono agli investitori un impegno duraturo.

I fondi con passaporto europeo

Tutto è iniziato nel 2015, quando sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea è apparso il regolamento Ue numero 760, che ha segnato la nascita ufficiale di questa nuova categoria di fondi. Nel 2018 è entrato in vigore in Italia il decreto legislativo 233/2017, che ha recepito le disposizioni europee e adeguato di conseguenza la normativa nazionale. Si è così arrivati al 2019, con l’ingresso effettivo degli Eltif tra gli strumenti di investimento.

Le caratteristiche

Gli Eltif sono dei fondi chiusi. Ciò significa che i versamenti degli investitori confluiscono in un unico patrimonio che viene gestito in maniera globale. Il patrimonio è suddiviso in quote di stesso valore e il numero di quote possedute da ciascun risparmiatore determina la sua percentuale di partecipazione al fondo. Diversamente dai fondi aperti, è possibile sottoscrivere le quote unicamente al momento della promozione iniziale e il loro riscatto può avvenire soltanto al termine della durata prevista del fondo o a scadenze intermedie predeterminate. Al di fuori di questi periodi, le quote possono essere acquistate e vendute soltanto in Borsa. Quindi, nel periodo tra l’apertura e le scadenze intermedie, l’unica possibilità di modificare l’entità del proprio investimento è legata alle negoziazioni in Borsa.

Da qui si deduce che la sottoscrizione di un Eltif è un investimento piuttosto vincolato e meno liquido di altri e presuppone un’ottica di medio-lungo periodo, cioè di almeno 5 anni.

Non solo. Gli Eltif hanno proprie caratteristiche, che sono state definite dal regolamento europeo, proprio per seguire lo scopo per il quale sono stati creati. E dunque devono:

  • destinare almeno il 70 % del capitale nelle attività cosiddette “ammissibili”, ossia imprese non quotate o con capitalizzazione inferiore a 500 milioni di euro, che non hanno accesso alla grande piazza azionaria e obbligazionaria. Sono escluse le imprese finanziarie e tutte quelle società che non hanno sede in un paese membro dell’Unione europea.
  • possono impiegare una quota massima del 30% del capitale in altre attività, così da concedere una certa flessibilità nella gestione del fondo.

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Rischi e tutele, deve essere tutto chiaro

Dalle caratteristiche proprie di questo strumento, si intuisce che l’investimento presenta un grado di rischio particolare, che deve essere illustrato in maniera chiara e trasparente al risparmiatore nel momento della sottoscrizione, così come imposto dallo stesso regolamento europeo (Mifid II). Ma non solo. Per tutelare maggiormente i risparmiatori, sono stati definiti dei paletti aggiuntivi. In particolare:

  • l’Eltif può investire in strumenti emessi da una singola impresa non più del 10% del suo capitale, così da evitare la concentrazione su un’unica storia.
  • gli investitori retail che hanno un portafoglio inferiore ai 500mila euro non possono investire in questo strumento più del 10% del loro patrimonio complessivo. Fermo restando che è previsto un investimento minimo di 10mila euro (non è quindi alla portata di tutti).

L’intento è quello di evitare che strumenti più complessi, come sono gli Eltif, finiscano nelle mani di risparmiatori per i quali non sono adatti e senza un’adeguata consulenza.

Lavori in corso, attenzione a possibili detrazioni fiscali

Se questa è la struttura definita in ambito europeo, è possibile che nei prossimi mesi arrivino delle novità in ambito nazionale. Il governo italiano infatti sta pensando di introdurre una detrazione fiscale dell’ordine del 30% per chi investe in questi nuovi fondi. Se l’ipotesi venisse confermata, si potrebbe creare un interessante circolo virtuoso attorno a questo nuovo strumento. Al momento, però, ciò che sembra essere certo è il lancio nei prossimi mesi di diversi Eltif da parte delle case d’affari.

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